Il Confessore (un uomo parlò prima di Dio)

In questo pianto angelico che è la contemplazione della bellezza è nascosto il destino dell’umanità tutta; una verità custodita nello stupore di fronte alle fiammate più incandescenti del crepuscolo, e qui, una volta mostrato l’orizzonte, esso apparirà sempre al capo estremo e opposto a cui si è giunti. In seno a questa condizione diventammo immagine e somiglianza di Dio. Ma diventammo questa immagine e questa somiglianza soltanto in seguito all’opera del Figlio, L’Agnello fattosi materia, il fuoco divenuto carne. Prima della sua venuta il volto di Dio era il mondo stesso, arido, incurante, benevolo per opportune coincidenze. Il mondo della natura neutra e violenta, al di sopra delle convenienze. L’arrivo del Cristo però ci specchiava negli occhi dell’orizzonte, esaurendo le rotte; era vedere per la prima volta, una prima volta per tutte. Nessuno resse l’impatto; con gli occhi ci spingeva fuori dal mondo, con la bocca giungeva ai confini della vita, sapeva elogiarne l’amore di una madre che leva la terra al suo vagire e riusciva al contempo a vanificarne la forza; parlando come quella linea terrestre da cui il sole spinge il suo sacrificio e in cui muore tutte le notti senza grida e senza addii, poteva comprimere la totalità in quello spazio impossibile. Ora quello spazio era qui davanti e cancellava le distanze mortali, ne scriveva altre, più lontane, servili solo a certi modi d’ascoltare. Dal cuore di questo ascolto venimmo a conoscenza di un altro corpo in cui lo sterminato atto d’amore materno era parodia, simulazione affettuosa di una dolcezza eterna e asistolica che è la seconda vita; il Padre era questo amore dissanguato e palpitante, una pira inesauribile. Ed il suo esempio era di fronte a noi: umano, inavvicinabile, nostro compagno, vera e propria umiliazione dell’uomo e sua massima esaltazione vivente. Esauriva noi tutti, dal probo al criminale.

Ce ne disfammo e si tornò presto alle nostre misure. Ma cambiò tutto. Il Figlio si è fatto carne e questa carne è stata umiliata dalla vita dopo che il Padre espulse sulla Terra il suo amore per amore, e in questo disfacimento nessuno venne risparmiato. Ora conoscevamo l’orizzonte, il passo dopo; questa conoscenza fu la strappo che ci divise per sempre dal cielo, ci divise dal Padre. Iniziò il nostro cammino, fu manifesta la separazione. Consapevoli che la luce a cui veniamo è una luce che ci insegue, aspettiamo, preparando la voce a benedire la nuova nascita con un secondo pianto.

La coscienza smorzò lo spettacolo dei crepuscoli; sapere che si trattava dell’opera di Dio aprì all’imbarazzo dell’ammirazione; eravamo ancora troppo essenziali per affinare quella parte del carattere che un giorno avrebbero chiamato virtù. Tra coloro che detestavano tanto la seduzione quanto il dono, vi fu un esodo verso le catacombe dove si seppellirono anzitempo, pregando un’immortalità che non scendesse a patti con l’anima. Avremmo dovuto lasciate Il Cristo libero di vivere mezzo agli uomini.

Ricordo un viandante, uno strano passante, si muoveva camminando un palmo dal suolo; mi disse un giorno: ” L’uomo ha una grande fortuna, una fortuna molto vicina alla disgrazia; esso è posto al di sopra della verità dell’animale e al di sotto della verità della bellezza. La verità dell’animale viene espressa nelle sue azioni, quella della bellezza nella contemplazione. L’uomo sta nel mezzo, attirato dalla frenesia e frenato dalla sensazione: in questa doppia forza che lo serra è tentato dal desiderio di agire dominandola, escludendo così l’istinto a causa della volontà, la bellezza a causa della resistenza. Ma c’è questo: poiché subisce queste forze appartiene inevitabilmente ad entrambe, al loro unire i contrari. L’uso indisciplinato ne scardina il mescolarsi, una mescolanza che esige il suo tramite, e l’uomo vivendo entrambe può possedere l’altra verità, la più soave; può divenire la contemplazione della propria azione. Un passivo in atto, la forza dell’universo che non sa nulla delle proprie manifestazioni e inesorato non smette l’immenso moto”. Strane parole, perché di fronte alla verità esemplare, il Dio incarnato, non trovammo che l’azione dell’omicidio. Tuttavia fu questo che più di ogni ingiuria, maggiore di ogni equivoco cominciò il regno dei cieli e disattese lo stordimento in cui l’umanità non riconosceva agli spazi così solidi un al di là. Tutto ebbe inizio e fine.

Immaginate una eternità Padre, l’eternità che conosce i dolori delle sue scelte. Cogliendo un’eternità prima l’amore delle proprie emanazioni, raccoglie la grazia del suo creato prima che questo venga alla sua realtà. Ora, in quella stessa eternità, quando il culmine del sentimento divino irradia i primi squarci d’azzurro, le prime schiume oceaniche, in quell’istante che è prima di tutto, sapere che l’Amore, il Figlio sarà dato alla vita mortale perché il mondo lo torturi, lo distrugga per una necessità che supera la vita del creato, che la liberi dalla creazione. Quando Dio è nel farsi dell’universo, a corona della sua opera pone la crocifissione del figlio affinché l’opera di Dio possa lavare l’opera di Dio. Tutto nell’istante in cui la contrazione più intensa sta per generare la materia e tutte le sue stupefacenti declinazioni. Fino a quel momento, l’eternità era l’assoluta contrazione prima d’ogni cominciamento, ed è soltanto l’eternità prima dell’eternità delle cose a poter reggere questo dolore. Nello sterminio a cui siamo votati, nel dono della morte troviamo il prezzo che Dio paga al Cristo per il suo sacrificio: l’umanità e la sua storia in perpetua cancellazione, la distruzione progressiva del proprio creato, la trasfigurazione attraverso il miracolo a negare l’operato di Dio, restituendolo a quell’eternità prima dell’eternità, ma un istante dopo, l’istante in cui il Padre ritorna alla sua sola presenza, in cui l’uomo risorto è Dio fuor di uomo, colpevole di una creazione mai venuta alla luce.

In questo si risolve la carne macerata dalla putredine terrestre: ogni corpo celeste è il disprezzo di questo mondo, di questa vita; i risorti sono più vicini alla consistenza calcarea delle stelle. La resurrezione; Cristo non smetterà di chiedere al Padre il riscatto, è Dio stesso a pretenderlo. Avendo salvato gli uomini, ora verrà salvato da loro. Ora che gli uomini non sono più carne.

Il regno dei cieli è il rovescio del mondo, il luogo in cui Cristo, inviolabile, assiste alla sparizione dell’umanità dentro di lui, dentro il padre. Così viene curato il dolore. Il candore, il pallore dei morti è già luce riflessa sui volti dell’assenza di cui Dio è il luogo, un’eternità prima dell’eternità dei corpi, un’eternità dopo, all’omega di ogni vita. Malattia, condanna che il Padre più di noi comprende, più di noi sapeva incombente poiché umani, umani fino alla fine, l’ultima fine.

Non noi, ma Dio sarà testimone del nostro destino. Amen.

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