Una cerimonia anonima

Viviamo per disimparare l’estasi.

E. M. Cioran

Arroccato come la sua bicocca, spiovente sul tavolo accanto al lume impossibile dei pensieri, come dipinto, nel paesaggio dipinto fuori la finestra in risacca verso la notte, torceva le mani alla disperata voglia d’estasi; brache calate inservibili spuntavano ai bordi del saio lordo pesante e addormentato sul ventre ancora più nel sonno. Strascicato, il volto arrampicava dalla barba verso la fronte disseccata tra i marosi dei capelli incollati sino alle orecchie: nelle intenzioni prese tutte assieme per smorfie che convincessero qualche ispirazione a trattenerlo, pareva godere del solo beneficio dello sforzo.

Ah, se il genio fosse questa ventraglia e i suoi intestini e giù, un muscolo lubrificato ad libitum da lassativi e meteorismi; ma non c’è buco che tenga! Si frugano gli intestini d’Esculapio per far legge, poveri uomini, giuramento che già Ippocrate portò a disattendere, tra salassi e veleni, firmando ogni tomba. Malvolentieri, si capisce; ma è tardi, è sempre tardi, non c’è tempo… Altro che possessioni, questi fanno la guerra con gli esorcismi! Maledetta sia la mia vocazione e la mia ad-vocata – sarà pronto il thè? Signora mia, madre vergine innocua d’accidia eterna prega per noi… Se ti facessi un po’ più in là, per dare un posticino alle circostanze; in fondo sei solo lo spirito santo, non la dea bendata, amen”. Accanto il camino, colline allibrate su altre colline di vecchi libri a far fortuna, in questo inverno d’un lento solenne, alla solitudine del fuoco; aperti e mai letti, liberi già involati verso quel verso che pianse il suo punto a capo: “E che? Non guardatemi con quella faccia; il vento lo temo, non le vostre frattaglie messe al macero, anche fossero prose indovinate. Pure le parole più immortali ballano sul tempo, e prima ancora sulle scadenze. Per voi soprattutto… Ma quali corpi, date alla luce genie di nomi uguali, a rigor d’eterno, vi accanite sul cadavere di un avo sfiancato dall’apparire sulle bocche di sconosciuti occasionali. Pessima nostalgia! – Qui non c’è nulla, circolare, circolare gente… Questo dovrebbe dirvi la vostra coscienza. Tra voi stipati ed io costipato non trovo diete che mi sollevino dalla vostra presenza: vi ho tutti sullo stomaco. Che spreco”; sputò, “Come vedete abbiamo la fiamma accanto, e nonostante questo innalziamo monumenti al fuoco. Fiamma si è o non si è; io mai, alle armi!”, e caccia nel camino una mucchia di quelli. Dà cenno commosso alla mano, sbatte piangendo la porta. “Ah, dimenticavo…”; si arresta sulla soglia interdetto, si lascia osservare dalla stanza. “Ecco che mi faccio nostalgico; alle armi!”, e il fuoco, più forte, sibila omaggiando l’uscio che va chiudendosi di nuovo.

Inclinato, gli occhi persi nel crinale che flette addolcito sulla pianura smeraldina fatta buia per il riposo; sopra, concava saltando le nubi nere, stendeva l’iride mercurio, di sguardo anch’essa abbandonata sulle sponde chiuse delle grondaie di rame ammalandone l’acqua incurante del silenzio tombale. “La scienza ti chiama luna; io ti chiamo Bibì”. Prese il sentiero tra il fruscio leggero delle sterpi scendendo verso la locanda: i pantaloni volarono molti metri prima, quando fermo ad un tronco l’orinatoio tirò i lembi del saio e frate Waterloo accettò l’insolita domanda di elemosina vestendo le braccia legnose, di fretta per il freddo. Mise le ultime speranze nelle preghiere e nel vino, che lo stordimento fosse tale da dargli quelle visioni invidiate da santi e scultori, pensando alla pulzella d’Avila, assassinata dalla sue allucinazioni infernali e salva nell’amnesia dell’apparizione di Dio. Waterloo si sarebbe accontentato pure d’un serafino, purché questo cantasse, o d’un santicello tirato a nuovo dai recenti pontificati celesti; purché si canti, apostrofava ubriaco; “Purché sia umiliato d’eterna nostalgia; gli occhi hanno una pessima memoria e io non ho dignità, sembra che nel mio destino ci sia solo futuro. Ma che ne so io!”, e pianse di nuovo: “Mi cavo gli occhi”. Le folte nebbie della pipa argentavano la luce del volto, ora arreso ora fremente in una aureola nervosa, accartocciata dalla tosse; ed eccolo, tra le mani, uno sbocco di sangue: “Per Dio, un miracolo!”. Chiude gli occhi, inarca le spalle: “Sarò libero a breve”, sospira, grattando rauco nel torace il tono di gratitudine. Paga, lascia la locanda scivolando a visitare le ore tarde del villaggio.

Giù, nel postribolo sotterraneo, ombre da monastero curvano le esalazioni febbrili delle donne beatamente distese tra seni e tabacco in una stanchezza lebbrosa; l’uomo cammina inchinandosi e passando il profilo della mano sui corpi umidi, in un segno della croce tradito da un tic masturbatorio, dove già nel nome del figlio strofinava le dita a tastare il calore irreale, dato solo alla carne esausta, mentre con l’altra mano tirava la barba verso l’ombelico; tutte, come i libri lasciati alle fiamme, parevano inconsolabili e libere. “Confutatis maledictis, flamis sacribus addictis, voca me e m’hai chiamato; finalmente son venuto a farmi santo, nel peggiore dei mali ora salvami, con calma; prima il dovere…”. Immerso tra decine di nudi, nudo anch’esso, perse di vista il suo corpo: all’accennarsi del vizio, giusto il tempo di una erezione, Waterloo venne sospinto dall’incedere brutale delle prostitute, un’onda violenta con forza tutt’altro che femmina; un erotismo pagato caro, perché a sommare le piccole mosse d’una donnetta ad altre venti medesime, un uomo vien fuori. E il frate affondò scambiando in questo sfarzoso fallimento virile una gamba per un collo, un seno per un viso, una spalla per un culo, un seno per un viso, una barba per del pelo, gettò all’aria pezzi forse inservibili cercando di farsi spazio nella bufera tra i calcinacci umani; tra il volare di altri arti, di nuove braccia, gli parve di vedere la sua testa schizzare attraverso le lenzuola verso un cantone della stanza: “Fermi, ridatemi il saio!”; di nuovo l’onda mascolina a sommergerlo.

Senza avviso, inesperto, mise sfiorando una mano ai suoi seni, poi giù, al monte di Venere urlando: “Niente, niente di niente!”; bagnato dalla soave spensieratezza d’un innamorato ad attenderlo dove chissà, lo rimpiangeva a ciglia aperte di mezzogiorno alla fronte. E buia, e vuota, Waterloo sospirò alzando un poco l’indice: “Se tu, amore mio, parlassi come le mie calze di seta, se tu pensassi come i merletti di cui si vezzeggiano i miei fianchi, amor mio… Oggi sono bianca, la tua sofferenza non mi va, e va…”

Uno starnuto: di nuovo l’unto dei capelli, i baffi incurabili, ogni cosa al suo ordine mentre un retrogusto di impensabile bellezza svaniva e i ricordi assieme; il frate in ginocchio tra i culi assopiti voleva piangere qualcosa di cui non aveva né il presentimento né la mancanza. Mise la veste, squadrò il paesaggio sotterraneo chiedendosi se il miracolo avesse in fondo tutta l’irrispettosa incoscienza di cui non sentiva di possedere il talento. Tagliando la corda venne alla strada di ritorno con la promessa di odiare Dio.

Firma Quetzalcoatl nel suo dormiveglia, di sogni arsi a mutar gli emisferi; splendeva sulla casa arroccata il falò che la casa arroccata, morta, danzava nella cenere. Notte sfocata, anche le stelle gemelle facevano lotta l’una all’altra per splendere oltre l’immenso rogo di cui Waterloo fece un solo gesto: “Questo è scrivere!”. Così, muovendosi a pendolo, indeciso sul da farsi, andirivieni sul sentiero, cadde svenuto in un letto di ortiche.

L’alba si accasciò ai piedi del gallo; “Per Dio, un miracolo!”: la pelle violacea, un prurito insopportabile sino alle palpebre. Preso dall’entusiasmo della grazia s’agitava tra salmi e spasmi: “Oh quasi ci siamo, è così che deve essere, che bel miracolo”; giù, a strappare con le unghie brani di carne debole alla pazienza, in un dolore a coprire un altro dolore, tra inchini e prostrazioni: “Altro che quelle baldracche, sono appestato di gloria del signore! Com’è previdente, e vanitoso… Nemmeno il tempo di una bagatella; fastidioso, fastidiosissima grazia, ne son degno? Non ne posso più”. Di corsa al fiume, si getta ancora vestito tra lo scorrere pigro del fondale, riemergendo pesante. Accecato il corpo, la mente del frate cede ad un solo, chiarissimo e perfetto grido di rabbia.

Che strazio, questa mia schiena senza croci”; trascinato e con aria viziata, convinto che il mondo abbia gli occhi, Waterloo solca la strada che porta al baratro e là, quando avesse guardato il fondo, s’augurava di rotolare in frantumi fino a valle: “Tornare a casa; Kyrie Eleison”. Fu in questo piccolo intuirsi, però, che scoprì la sua menzogna, ora mescolata ad una certa soddisfazione: cercò tra le fronde un qualche passaggio segreto in cui custodire la sciagurata verità appena sfuggita di bocca, che come avesse visto un Granduca della Morale, continuò srotolandosi più vanitosa d’un tappeto rosso. Il suo venir meno implorava il ritorno; un viaggio è un viaggio, a patto che rimanesse quella sensazione domestica foriera dei profumi natalizi anche tra imprevisti e accidentacci impavidi di fronte a merito e fortuna. Farla finita era familiarizzare con il mondo e la morte, mischiati con la saliva ai sogni di nuovo a casa, a dar onore, per l’ultima volta, all’identità. Niente sconsideratezze narcisistiche. Tornare a casa; restituire il corpo al sonno senza notte, gli odori domenicali ai secondi che cadono, assieme alle buone ragioni, nei ricordi. Togliere ogni canto, tornare a casa, al di là dei ricordi. E se questi fossero sopravvissuti al trapasso? Se fosse tornato ad attendere, di nuovo? Gli venne così, d’istinto, d’augurarsi l’immortalità. Kyrie Eleison, ovvero: Signore ferma il proiettile, non la mia mano. Osservò il crepaccio, poi il cielo; tornare a casa ora che terra e firmamento sembravano alla medesima inavvicinabile distanza cancellava d’un sol colpo ogni tregua futura; si sentì orfano per la prima volta. “Dall’invenzione dello specchio, è inevitabile fare resistenza. Se io son fatto di questa pasta, se questo son io, farlo non è affatto un tradimento; e allora come spiegarmi? Devo tradurmi, per potermi tradire. Non ho scelta; tradurmi perché io, cara madre, non ti ripeterò”. Quasi un ululare alla luna, presa la rincorsa tenta il decollo verso l’abisso, inciampa, deforma il cranio sulle rocce delle pareti montane; svenuto di nuovo, la sera poté riprendere il suo brusio senza attività.

Non fare come certi ritratti, caduti per malattia in quelle facce pietose e materne, e come dormissero rimangono così, consolatori anche quando ti scappa di ordire un massacro: la crudeltà è degli angeli, ti lavorano ai fianchi, ma una volta che sei morto non interessi più, rimani solo, a raccogliere i cocci del tuo corpo. Loro stanno sempre là, cantano prima e dopo di te. Allora non darmi alla misericordia, una carezza potrebbe spezzarmi; ho la consistenza di quelle montagne riflesse in un lago, a cui basta il discreto interesse del vento e le vedi tremare. Ma non puoi ignorarmi se non mi ascolti, baldracca!”. Se l’era preso in casa, una qualunque del serraglio mossa dal desiderio di espiare almeno l’afflato di delitto raggrumato alle mura della camera da letto, pensando di muovere altrove una volta sciacquati i panni dell’iniquità, come fanno quelle genti distrutte che partono per consumarsi una volta per tutte, senza imparare mai. Sogna già un marito; arrotolata nel sudario lercio di baci schivati, clienti e caffè, era una statua i cui drappi avevano indebolito i propri fili tra usura e sfregamenti; facendo velo sottile lasciavano trasparire la pelle avorio, quasi defunta: malconcia dalla notte trascorsa, attraversata d’un fiato a calmare Waterloo – pazzo sulla soglia a urlare al cielo litanie e scuse e minacce, poi carponi in casa, scivolando al letto dove lei, sdraiata senza fine, esausta, ascoltava il prete darsi pentimento ancora una volta. “Se tu avessi il buon cuore di non badare a quel che dico, io lascerei tutto per avere devoto la tua crudeltà. Perché non parli, baldracca!”. Il ghiaccio, ancora sveglio al primo sole, sulle vetrate raccoglieva i raggi in un bianco senza misura che tagliava nella sua lama fredda una luce isterica, diffusa in una intensità iridescente che sbagliava ogni tentazione di far confini, tutti a perdersi tra il pulsare delle orbite. Così rimaneva solo un alone di corpi, animato e inanimato avviluppati per il piacere d’uno spettatore anonimo; ogni occhio esterno non vedeva più, non pensava che allo sparire dello spazio, e scorrendo in questa traccia baluginosa, la voce come tra le pietre d’un rivolo opaco ne sembrava lo specchio, al modo d’una immagine fissa nelle parole, soffocate nel solo timbro del prete assorbivano nell’assenza gli occhi annegati dall’avanzo inguardabile che era la stanza. Tutto diveniva altro. Arresa, la prostituta si mise finalmente all’ascolto, assediata dalla stanchezza; l’insopportabile chiacchiericcio in quella pozzanghera di luce era insostenibile, impossibile anche solo perderne una vocale: tutto un parlare imbecille iniziava a sfiorare, fiorito a fior di pelle, i nervi cugini d’un piacere simile al martirio. Fremeva la puttana, nell’insofferenza le contrazioni d’un orgasmo resero il suo agitarsi furioso un’estasi bella e buona. Di qualche istante in ritardo, una nube abbracciò l’alba coprendola; nella stanza, dove tutto era tornato al proprio posto, venne restituita la vista al frate, ancora rincoglionito ma capace di muovere la testa: caduto con lo sguardo sul letto la osserva mentre contorta dilania i lineamenti nella posa irreparabile di chi prende congedo; Waterloo, tornato cosciente la afferra come una madre perduta: “Non lei! A me, a me!”.

Non passò molto prima che gli venisse l’idea che decise la fine delle sue cronache: prese qualche appunto molto dettagliato, maniacale nella notazione anatomica; il polso slogato, gli occhi incolori, l’addome trattenuto strisciava il vestito che alzava dal basso, scoprendo le gambe, una girata verso l’interno e l’altra slegata guardava la parete; i capelli ben raccolti sulla nuca, lo smalto d’un rosso ossigenato, pieno, il collo quasi spezzato finiva dietro le spalle. Waterloo allora s’allungò verso i trucchi sulla pettiniera, indovinando tutto. Phard molto denso, annerì le ciglia; mise con calma lo smalto alle unghie lasciando che asciugasse e svestito, di punta leggero, s’infilava in quella stretta cornice che era una vestaglia arancio nascosta nell’armadio della baldracca ancora persa nel suo deliquio. “Arrivo, arrivo”.

Una volta pronto prese un grosso martello da cucina e si stese; accanto tenne il foglio degli appunti. Tentò la medesima torsione, ma nulla: perché avesse l’identica posizione estatica di cui aveva fortunatamente un modello, avrebbe dovuto spezzarsi il polso, quasi staccarlo dall’avambraccio. “E sia!”; con un colpo staccò la sede del tarso: i polmoni compressi dal sussulto dei nervi lo lasciarono senza respiro, senza voce, mentre la mano franava intristita sul pavimento. Ora sapeva che alla gamba sinistra spettava lo stesso destino. Prese tempo, lucido dal dolore; prese tempo mentre la baldracca sembrava averci preso gusto, pensava. Inebetito tra le rotonde natiche della posseduta, girò le ossa del ginocchio, senza pietà, senza reazione; contemplando l’oggetto del suo desiderio credeva, autoeletto, di diventare l’oggetto stesso, di essere il desiderio dell’oggetto. “Arrivo, arrivo!”; e al presentimento di un trionfo imminente seguì il dolore acuto alla gamba. Waterloo cominciò allora ad occupare la testa in filastrocche incomprensibili, recitate senza pausa una dopo l’altra. Tornò alle strane forme di lei, cercandola, ma non riusciva più.

Steso, di copia alla puttana –una copia perfetta – Waterloo dimenava le membra girando gli occhi, furioso all’impegno di sparire là dove era impossibile farlo, dove già nell’andarsene, lei, aveva esaurito ogni assenza di mondo: la fuga non era più decisiva, era il contenitore che custodiva le ragioni della fuga, un messaggio d’infamia. Ligio nell’emulare la parodia di quanto accadeva senza avere luogo, prova rattristato qualche altra combinazione, spaccando altri ossicini, ma nulla. Lei, rapita, pareva non tornare più, disabitata – una macchia di luce invisibile dove la macchia si trova. Il mezzo abate, messo fuori gioco dalle decine di fratture poco mistiche sguaiò in malo modo altre litanie, e alzando il braccio buono sospirò un’ultima confidenza: “Perché io, mio Signore, perché io? Mi pare di vederti, a tavola col diavolo organizzare il mondo come due folli a cui sono stati regalati bisturi e carta, per poi smettere d’improvviso, scoppiare a ridere con il diavolo a farti coro e, levandovi le maschere, scoprire che siete soltanto due bambini che si stanno sognando”.

La prostituta non dava segni di vita: i nervi annodati al miracolo venivano sciolti lasciandola sola in un deserto impersonale, mentre quasi morta tracciava le orme di un piacere andato, mai apparso. Nulla che prendesse sottobraccio l’agonia di Waterloo; egli stava a terra, deforme e deriso da un nonnulla.

Bussano, qualche giorno dopo; una parola sfonda la porta chiamando l’entità esangue sul letto. Qualche breve incertezza, poi si aprì l’uscio. La donna che entrò capiva a fatica se all’interno della casa vi fosse qualcuno, così tentò parlando: “È ora di andare”.

Lei non c’è, è qui”, rispose il frate sovrappensiero.

Nel dolore accolto con le premesse di un entusiasmo inservibile, faceva i bagagli una volta per tutte; benedetto dai brandelli della facoltà di intendere e volere, animava le ultime ombre notturne tirandosi all’angolo della camera. Prese il martello e cominciò dalle ossa delle caviglie; poi su, a frammentare ogni ossicino del costato, senza protesta, inclinando la testa quasi ad assopirsi, scoprendo per la prima volta la noia, mentre a giorni dalla condanna l’estasi sul letto era una routine.

Aveva dimenticato, Waterloo; scambiò l’estasi per una brutta influenza orientale: “Devi smetterla con le tentazioni dell’invisibile, non vali nulla! Giovani rivoluzioni, che disastro il pensiero… Sputare sulle chiese non serve, la pioggia laverebbe tutto. Non chiedo altre prove a queste spoglie; prego un’altra anima! Non si lotta che per dormire, e io ho tanto sonno. Ora ho visto, da uomo, quanto mi è dato di essere: avuto e sfiorito. Il mondo ne è la legge; Dio è dove manca”. Ma le parole, ormai a pezzi, uscirono dalla gola con suono di flauto.

Dio è dove manca”, ripete passando sul palato la frase, indigeribile a chissà quale spirito, mentre il corpo finalmente sogna.

Cosa sogna? Osserva le sue cervella schizzare alle pareti scure, al riflesso artico di Bibì che sembra farne paesaggi d’incanto: comete accompagnate da una sensazione incomprensibile, ma felice, di pace e detenzione.

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Il Confessore (un uomo parlò prima di Dio)

In questo pianto angelico che è la contemplazione della bellezza è nascosto il destino dell’umanità tutta; una verità custodita nello stupore di fronte alle fiammate più incandescenti del crepuscolo, e qui, una volta mostrato l’orizzonte, esso apparirà sempre al capo estremo e opposto a cui si è giunti. In seno a questa condizione diventammo immagine e somiglianza di Dio. Ma diventammo questa immagine e questa somiglianza soltanto in seguito all’opera del Figlio, L’Agnello fattosi materia, il fuoco divenuto carne. Prima della sua venuta il volto di Dio era il mondo stesso, arido, incurante, benevolo per opportune coincidenze. Il mondo della natura neutra e violenta, al di sopra delle convenienze. L’arrivo del Cristo però ci specchiava negli occhi dell’orizzonte, esaurendo le rotte; era vedere per la prima volta, una prima volta per tutte. Nessuno resse l’impatto; con gli occhi ci spingeva fuori dal mondo, con la bocca giungeva ai confini della vita, sapeva elogiarne l’amore di una madre che leva la terra al suo vagire e riusciva al contempo a vanificarne la forza; parlando come quella linea terrestre da cui il sole spinge il suo sacrificio e in cui muore tutte le notti senza grida e senza addii, poteva comprimere la totalità in quello spazio impossibile. Ora quello spazio era qui davanti e cancellava le distanze mortali, ne scriveva altre, più lontane, servili solo a certi modi d’ascoltare. Dal cuore di questo ascolto venimmo a conoscenza di un altro corpo in cui lo sterminato atto d’amore materno era parodia, simulazione affettuosa di una dolcezza eterna e asistolica che è la seconda vita; il Padre era questo amore dissanguato e palpitante, una pira inesauribile. Ed il suo esempio era di fronte a noi: umano, inavvicinabile, nostro compagno, vera e propria umiliazione dell’uomo e sua massima esaltazione vivente. Esauriva noi tutti, dal probo al criminale.

Ce ne disfammo e si tornò presto alle nostre misure. Ma cambiò tutto. Il Figlio si è fatto carne e questa carne è stata umiliata dalla vita dopo che il Padre espulse sulla Terra il suo amore per amore, e in questo disfacimento nessuno venne risparmiato. Ora conoscevamo l’orizzonte, il passo dopo; questa conoscenza fu la strappo che ci divise per sempre dal cielo, ci divise dal Padre. Iniziò il nostro cammino, fu manifesta la separazione. Consapevoli che la luce a cui veniamo è una luce che ci insegue, aspettiamo, preparando la voce a benedire la nuova nascita con un secondo pianto.

La coscienza smorzò lo spettacolo dei crepuscoli; sapere che si trattava dell’opera di Dio aprì all’imbarazzo dell’ammirazione; eravamo ancora troppo essenziali per affinare quella parte del carattere che un giorno avrebbero chiamato virtù. Tra coloro che detestavano tanto la seduzione quanto il dono, vi fu un esodo verso le catacombe dove si seppellirono anzitempo, pregando un’immortalità che non scendesse a patti con l’anima. Avremmo dovuto lasciate Il Cristo libero di vivere mezzo agli uomini.

Ricordo un viandante, uno strano passante, si muoveva camminando un palmo dal suolo; mi disse un giorno: ” L’uomo ha una grande fortuna, una fortuna molto vicina alla disgrazia; esso è posto al di sopra della verità dell’animale e al di sotto della verità della bellezza. La verità dell’animale viene espressa nelle sue azioni, quella della bellezza nella contemplazione. L’uomo sta nel mezzo, attirato dalla frenesia e frenato dalla sensazione: in questa doppia forza che lo serra è tentato dal desiderio di agire dominandola, escludendo così l’istinto a causa della volontà, la bellezza a causa della resistenza. Ma c’è questo: poiché subisce queste forze appartiene inevitabilmente ad entrambe, al loro unire i contrari. L’uso indisciplinato ne scardina il mescolarsi, una mescolanza che esige il suo tramite, e l’uomo vivendo entrambe può possedere l’altra verità, la più soave; può divenire la contemplazione della propria azione. Un passivo in atto, la forza dell’universo che non sa nulla delle proprie manifestazioni e inesorato non smette l’immenso moto”. Strane parole, perché di fronte alla verità esemplare, il Dio incarnato, non trovammo che l’azione dell’omicidio. Tuttavia fu questo che più di ogni ingiuria, maggiore di ogni equivoco cominciò il regno dei cieli e disattese lo stordimento in cui l’umanità non riconosceva agli spazi così solidi un al di là. Tutto ebbe inizio e fine.

Immaginate una eternità Padre, l’eternità che conosce i dolori delle sue scelte. Cogliendo un’eternità prima l’amore delle proprie emanazioni, raccoglie la grazia del suo creato prima che questo venga alla sua realtà. Ora, in quella stessa eternità, quando il culmine del sentimento divino irradia i primi squarci d’azzurro, le prime schiume oceaniche, in quell’istante che è prima di tutto, sapere che l’Amore, il Figlio sarà dato alla vita mortale perché il mondo lo torturi, lo distrugga per una necessità che supera la vita del creato, che la liberi dalla creazione. Quando Dio è nel farsi dell’universo, a corona della sua opera pone la crocifissione del figlio affinché l’opera di Dio possa lavare l’opera di Dio. Tutto nell’istante in cui la contrazione più intensa sta per generare la materia e tutte le sue stupefacenti declinazioni. Fino a quel momento, l’eternità era l’assoluta contrazione prima d’ogni cominciamento, ed è soltanto l’eternità prima dell’eternità delle cose a poter reggere questo dolore. Nello sterminio a cui siamo votati, nel dono della morte troviamo il prezzo che Dio paga al Cristo per il suo sacrificio: l’umanità e la sua storia in perpetua cancellazione, la distruzione progressiva del proprio creato, la trasfigurazione attraverso il miracolo a negare l’operato di Dio, restituendolo a quell’eternità prima dell’eternità, ma un istante dopo, l’istante in cui il Padre ritorna alla sua sola presenza, in cui l’uomo risorto è Dio fuor di uomo, colpevole di una creazione mai venuta alla luce.

In questo si risolve la carne macerata dalla putredine terrestre: ogni corpo celeste è il disprezzo di questo mondo, di questa vita; i risorti sono più vicini alla consistenza calcarea delle stelle. La resurrezione; Cristo non smetterà di chiedere al Padre il riscatto, è Dio stesso a pretenderlo. Avendo salvato gli uomini, ora verrà salvato da loro. Ora che gli uomini non sono più carne.

Il regno dei cieli è il rovescio del mondo, il luogo in cui Cristo, inviolabile, assiste alla sparizione dell’umanità dentro di lui, dentro il padre. Così viene curato il dolore. Il candore, il pallore dei morti è già luce riflessa sui volti dell’assenza di cui Dio è il luogo, un’eternità prima dell’eternità dei corpi, un’eternità dopo, all’omega di ogni vita. Malattia, condanna che il Padre più di noi comprende, più di noi sapeva incombente poiché umani, umani fino alla fine, l’ultima fine.

Non noi, ma Dio sarà testimone del nostro destino. Amen.